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Mercato del lavoro:
dai numeri del Rapporto sull’economia riminese 2013 la conferma di un incremento sensibile della flessibilità nell’ultimo periodo

1 aprile 2014

Il Rapporto sull’economia riminese presentato ieri ha evidenziato molteplici spunti di riflessione e analisi. Tra questi vale la pena approfondire alcuni dati sulle tipologie occupazionali elaborati dal Centro per l’Impiego di Rimini.
 

  • Praticamente solo un’assunzione su cinque riesce a protrarsi almeno sino alla fine dell’anno confermando quella frammentazione dei contratti alle dipendenze che contraddistingue il mercato del lavoro riminese.
     

  • Si conferma inoltre una notevole flessibilizzazione in fase di ingresso, dal momento che meno di 5 avviamenti su 100 vengono formalmente regolati con un contratto a tempo pieno e indeterminato. Tra le forme contrattuali atipiche, dopo quattro anni di crescita continua, diminuisce significativamente il peso del lavoro intermittente, mentre sale l’incidenza dei rapporti dipendenti a termine e del part time.
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    Insieme alla crescita dei rapporti a termine, nel 2013 si rileva un altro cambiamento di grande rilievo che interessa il contratto ‘a chiamata’. A partire dalla sua reintroduzione nel 2008, esso ha conosciuto un aumento vertiginoso nel triennio 2009-2011 e quindi un rallentamento nell’anno seguente, facendo comunque registrare una variazione annua positiva (+ 1,2%). Tuttavia, l’obbligo della comunicazione preventiva nell’utilizzo del lavoratore assunto, introdotto nell’estate 2012 dalla ‘Riforma Fornero’, ne ha evidentemente limitato l’impiego.

    Dopo quattro anni di incrementi continui, durante il 2013 i contratti ‘a chiamata’ sono 14.380, vale a dire oltre 12 mila in meno rispetto al 2012 e la loro quota sul totale scende dal 25% al 15,4%.
    Intorno al 4% si mantiene l’incidenza dei rapporti di collaborazione e del lavoro somministrato, che, tuttavia, presentano variazioni di segno opposto nel loro peso percentuale rispetto al 2012. I primi sono circa 3.500 e diminuiscono dal 4,1% al 3,7%; mentre i contratti di somministrazione superano di poco le 4.000 unità, salendo dal 3,7% al 4,3%. Rimangono, infine, le altre modalità contrattuali atipiche che anche nel 2013 rappresentano lo 0,6% delle assunzioni complessive.

    L’edilizia rimane il settore in cui è più elevata l’incidenza del lavoro dipendente a tempo indeterminato, con il 28,2%; seguita dalla manifattura con il 19,7%, mentre il contratto ‘standard’ viene impiegato solo nel 2% delle assunzioni comunicate da alberghi, ristoranti e pubblici esercizi. La stagionalità, tipica sia di quest’ultimo comparto sia di quello agricolo, si traduce in una percentuale particolarmente elevata dei rapporti a termine che rappresentano rispettivamente circa il 67% ed oltre il 96%..
     

  • La recessione economica ha modificato la composizione dei nuovi rapporti lavorativi diminuendo la quota delle professioni qualificate nei servizi a vantaggio dei profili generici, all’interno dei quali prevalgono le donne e, soprattutto, gli immigrati stranieri..

    Esistono, infatti, evidenze empiriche che testimoniano un maggiore utilizzo delle forme contrattuali flessibili all’interno della manodopera femminile rispetto a quella maschile. Ciò può essere messo in relazione non solo con la disuguaglianza di genere, ma anche con una maggiore presenza di uomini in quei settori, come la manifattura e l’edilizia, dove sono più frequenti le assunzioni a tempo indeterminato.

    Si può osservare una diversa incidenza dei contratti ‘standard’ all’interno della componente maschile e femminile che conferma l’ipotesi iniziale, sebbene la differenza non risulti particolarmente elevata. Poco più di tre punti percentuali separano la quota di rapporti a tempo indeterminato rilevata tra gli uomini (8,1%) da quella registrata tra le donne (5%).

    Assai più consistente è il divario riguardante i rapporti a termine che rappresentano il 67,5% degli avviamenti femminili a fronte del 59,3% di quelli maschili. Se tra le donne è decisamente maggiore il peso del lavoro dipendente a tempo determinato, tra gli uomini risulta più alta sia l’incidenza dell’apprendistato (6,7% rispetto al 4,8%), sia quella dei contratti ‘a chiamata’ (16,4% a fronte del 14,7%).

    “Il rapporto sull’economia riminese ha messo in evidenza - spiega Meris Soldati, assessore alle politiche del lavoro della Provincia di Rimini - come le esperienze d’impresa positive in questo periodo difficile siano quelle che puntano sull’export e su prodotti ad alta tecnologia. Quindi le aziende che fanno dell’internazionalizzazione, della ricerca, dell’innovazione e in generale della qualità del lavoro e della qualità del capitale umano il loro principale asset di sviluppo. Vince insomma chi non sta fermo e investe nella qualità e dunque nella formazione di personale qualificato e in una scuola in grado di incentivare questo passo. Dico questo perché a livello nazionale mi pare che si sia individuato nella maggiore flessibilità (qualcuno la chiama precarizzazione) la chiave di volta per garantire occupazione e benessere al nostro Paese.

    E’ lecito chiedersi se sia davvero così, anche alla luce dell’esperienza e dei numeri riminesi. Negli ultimi anni, sul territorio locale appena uno di 10 avviati ha avuto contratti a tempo indeterminato; gli altri 9 si sono arrangiati con forme contrattuali più o meno precarie. Nei fatti dunque la flessibilità già c’è, e da almeno 10 anni; questo non ha impedito le enormi, drammatiche difficoltà di trovare lavoro da parte dei giovani e di chi resta senza occupazione dopo i 50 anni. L’esperienza portata ieri da alcune imprese riminesi dimostra al contrario che nessuna di esse ha puntato sulla flessibilità/precarizzazione ma semmai sulla ricerca e sull’innovazione.

    Chi contrabbanda la flessibilità come la ricetta vincente e non promuove con altrettanta forza la qualità, rischia di fare un errore devastante per lo sviluppo del Paese. Non temo di affermare che le proposte al vaglio in queste settimane dal Governo riducano e di molto lo spazio per la formazione, ad esempio, per l’apprendistato, cercando di emulare modelli di flessibilità di Paesi troppo differenti dal nostro in tutte le componenti del tessuto socioeconomico”
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